Vino Abbazia di Novacella Sylvaner Praepositus DOC

Vino Abbazia di Novacella Sylvaner Praepositus DOC

L’Abbazia di Novacellaè dedita alla viticoltura dal 1142, con vigneti allevati ad una altitudine che dai 260 m arriva fino a 900 m. La produzione è, per il 70%, di vini bianchi nella zona di Novacellae, per il 30%, di vini rossi, a Cornaiano e Bolzano. Due le lineeprodotte: quella Classicae Praepositus, la più pregiata.

Nella conca di Bressanone, sita in Valle d’Isarco, l’esposizione a sud, sud-ovest, vale a dire sole di mezzogiorno e del pomeriggio, su terreni magri  ciottolosi/sabbiosi, morenici di origine glaciale,  le forti escursioni termiche giorno-notte, consentono di produrre vini bianchi con un asse fresco-sapido importante, arricchito da ricchi descrittori floreali/fruttati, in linea con il patrimonio varietale di cultivar come Sylvaner, Muller Thurgau, Kerner e Riesling.

Questo Sylvaner, vitigno tipico della Valle d’Isarco, viene da vigneti a Bressanone e Varna, a 600-700 m con esposizione sud sud-ovest e pendenze del 25-40%, su ghiaia limo-sabbiosa, con una densità d’impianto di 6.000 ceppi/ha. La vinificazione e la sosta sulle fecce fini avvengono parte in acciaio inox e parte in grandi botti di acacia, con una ulteriore sosta in vetro.

La bottigliaè una renana slanciatissima, la capsula è come si deveed il tappo, over5, odora di polvere da sparo, pepe e verbena.

Nel bevanteil vino cade chiacchieroso, con buon peso, paglierino ancora piuttosto scarico illuminato da flash verdi di clorofilla.

La prima nasata, a cogliere gli aromi più volatili, è dominata dalla mineralità, idrocarburi, polvere da sparo, conchiglie frantumate, con soffi lievissimi di erbe aromatiche.

Prime rotazioni, che consentono di apprezzare la consistenza del vino, la cremosità del film sulle pareti e, dopo alcuni secondi, archetti molto stretti su lacrime alcoliche generose ma non cicciose (13,5°). Il naso apre timidamente lo “scudo” minerale dal quale escono soffi agrumati, di ginestra, di mela grenny smith e susina gialla.

Altre rotazioni, per aprire un naso ancora “timido”, con florealità di verbena, camomilla, ginestra, rosa gialla, zest di agrume giallo, chips di mela, radice di zenzero, cenni speziati, di pepe bianco ed anice, soffi di frutta secca.

Naso di estrema finezza, tutto giocato su piccoli cenni, nessuna ostentazione.

In boccail vino entra sicuro di sé, secchissimo, con presa alcolica equilibrata, alla quale si somma una morbidezza carnosa e vellutata, che rende il vino quasi masticabile. Dominato dunque dalle parti “morbide”? Assolutamente no, sono le parti “dure” che ancora la fanno da padrone, non tanto la freschezza, pur presente e meritevole di buona salivazione, quanto una sapidità monumentale: alghe, acqua di mare, sabbia bagnata, idrocarburi, canna di fucile, sale alle erbe.

Altro sorsoa godere di questa carezza lussuriosa, distinguendo, prima e dopo la deglutizione, fiori di verbena e ginestra, polpa e scorza di cedro, pompelmo giallo, arancia “vaniglia”, granita di limone, confettura di mela/pera, succo di sambuco, mandorla amara, tabacco dolce, caramella all’anice.

Bocca possente, sicura di sé, lunga, anzi lunghissima, chiusa da questa presa sapida e di mandorla amara.

Abbinamenti?Ca va sans dire:

antipasti– tartare o carpaccio di pescato, con gocce di EVO e piccoli capperi, insalata di ovuli/porcini con scaglie di Parmigiano Reggiano DOP, insalata di carciofi e scampi, insalata di mare, generosa nel suo apporto di crostacei;

primi piatti– linguine “a vongole” oppure “allo scoglio”, trofie al pesto di basilico o di rucola, riso Carnaroli con cape sante e fiori di zucca, i miei paccheri di Gragnano “alla Bartolo” (pomodorini, capperi, olive, origano e tonno sminuzzato);

secondi piatti– carni bianche grigliate con erbe aromatiche, sogliola alla griglia, crostacei alla griglia, filetto di orata in crosta di patate.

Anima, nel bicchiere vuoto, che lascia senza parole: timo secco, note di incenso, tabacco dolce, bastoncino di liquirizia.